Prefazione

Ho incontrato Achille Occhetto per la prima volta “finora, l’unica: ma chissà cosa ci riservano gli dèi” in una serata piovosa di fine estate 2005, nel glorioso ristorante “Da Nino”, dietro piazza di Spagna. Un ristorante in cui, in una qualsiasi serata del 1962 o 1963, si potevano incrociare Fellini e la Masina, qualche pittore, dirigenti o funzionari più o meno noti di questo o quel partito, e a volte uno scrittore americano, Gore Vidal. Assenti giustificati i primi, ahimè, io ero ancora lì (si fa per dire). Elido Fazi, il mio editore italiano, ha convocato come nostri commensali due miei vecchi amici, Valentino Parlato e la sempre splendida Luciana Castellina, e il professor Giuseppe Vacca, che non avevo mai avuto l’onore ecc., ma mi dicono esser vicino a quel giovanotto coi baffi che da un decennio fa il bello e il cattivo tempo nella sinistra italiana.
Ora, nel mio soggiorno romano come più tardi dall’alto della mia scogliera ravellese, ho sempre guardato alle vicende politiche italiane come ad affari di provincia. Mi era chiaro fin dagli anni Cinquanta che il nostro tentativo “intendo, il tentativo del nostro Impero americano, che aveva da poco tirato fuori dal cappello di Yalta il coniglio della guerra fredda per darlo in pasto agli oligarchi militar-industriali” di fare dei comunisti italiani dei mangiabambini pronti a impugnare le armi e inadatti al governo di una “democrazia occidentale” – ecco, questo tentativo era grottescamente riuscito; e che dunque di provincia si trattava. Mi era altrettanto chiaro, come a qualsiasi persona sana di mente, che dei funzionari e dirigenti e intellettuali comunisti che si incontravano all’inizio degli anni Sessanta nelle taverne romane, a ben pochi, se mai a qualcuno, stessero friggendo le mani per staccare la provincia dall’Impero d’Occidente – oggidì l’unico rimasto – ed annetterla all’altro, per poter finalmente mangiare bambini in santa pace, senza doversi nascondere. Nel ’69 proprio Valentino e Luciana – che ancora oggi si dicono comunisti – furono fra i protagonisti di uno scisma antisovietico, come si sa.
La svolta di Occhetto non sarebbe potuta accadere se il socialismo reale non fosse finito. E se noi non gliel’avessimo lasciato fare. Ma non per questo mi è sembrato, all’epoca, meno coraggioso, il suo gesto; che trovò contrari molti dentro e fuori dal partito (fra cui i nostri commensali del «manifesto») e lasciò molti di quelli che pure lo appoggiarono desiderosi di sbarazzarsi del suo esecutore (fra cui, mi sembra, il brillante giovanotto con i baffi). (Sia detto per inciso: l’aria che si respirava a tavola, quindici anni dopo quella svolta, era ancora tutt’altro che conciliata. Se ne valesse la pena, non smetterei di chiedere al mio editore il motivo di quell’assortimento). Era se non altro un’occasione per l’Italia di creare un’alternanza (è questa la parola, no, Achille?) e persino, pensa un po’, di diventare uno Stato indipendente. Non mi sembra che quest’ultima cosa sia mai successa e, anche se da allora l’Impero, rimasto, poverino, tutto solo a spartirsi la torta e costretto a cercare nuovi nemici, ne ha combinate di talmente grosse da meritare ogni mia attenzione, quando nel ’94 Occhetto perse le elezioni contro un’oligarca di provincia felice di esserlo, giudicai l’occasione persa per sempre.
Non ho letto gli altri libri di Occhetto, ma ho letto questo molto volentieri. Mi sembra che si tolga un bel po’ di sassolini dalle scarpe: era ora. E che un politico di prim’ordine, un ex candidato premier, citi Joyce e Laurence Durrell, la Arendt e Giordano Bruno, mi fa pensare che in Italia la cultura politica non sia del tutto morta. George W. Bush sì e no sarebbe in grado di citare la predica che qualche integralista gli ha fatto imparare a memoria al mattino o i titoli dell’edizione di domani del «New York Times» (sì, avete letto bene: di domani). Che poi parli di politica come servizio ai cittadini, e non come esercizio di potere; che rivaluti Celestino v, autore del “gran rifiuto” non per viltà ma per coscienza; che denunci, a destra come a sinistra, le compromissioni con i potentati finanziari, son tutte cose che vanno a suo onore. Verrebbe la voglia di rubare la scena dello Studio Ovale al teocon di passaggio e di recitarne alcuni passi al capo della junta nostrana. Vi troverebbe senz’altro qualcosa di meglio da mandare a memoria.

Gore Vidal
gennaio 2006

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