Il calvario del nuovo inizio

La svolta è stato uno dei momenti più drammatici di tutta la storia politica dei partiti del dopoguerra ed ha conosciuto fatti e situazioni anche molto scabrosi. Quello che vorrei ricordare, prima di tutto il resto,è quel mio famoso pianto alla fine del congresso di Bologna, che sancì la vittoria degli “svoltisti”. Molti si chiesero come mai ho pianto subito dopo una vittoria così importante. La verità è che tutta la fase che andava dalla Bolognina fino al congresso, è stata una fase durissima; per la prima volta i comunisti si sono divisi fra di loro in modo aperto, chiaro; ci siamo combattuti veramente anche tra coloro che erano sempre stati amici, erano stati insieme e quindi è stata una vera e dura sofferenza. Oltretutto io non ero convinto che avremmo vinto questo congresso, per cui, alla fine del congresso, quando Ingrao si alzò per darmi la mano – e lo stesso fece Natta- forse anche colpiti dall’enorme ovazione che accolse le mie conclusioni che superò quella che aveva accolto Ingrao la sera prima, io ebbi un momento di rilassamento: pensai è finita, è fatta, adesso sia quelli che sono stati a favore che quelli che sono stati contro, possono fare il nuovo Partito.

In realtà mi sbagliai perché incominciava invece una lotta dura e sorda che avrebbe, in parte, bagnato le ali alla svolta. Il Congresso del “pianto” era del 1990, mentre il congresso che ha deciso, ha votato la Fondazione del PDS è stato anche il Congresso della scissione. Io molte volte scherzosamente dico che ho fondato due partiti: il PDS e Rifondazione Comunista. E quel congresso avverrà un anno dopo, un anno di lunghi ritardi, di lunghe battaglie interne. Perché ci furono quei ritardi e quelle battaglie interne? Perché c’erano già allora sulla scena quelli che io chiamerei i dorotei interni al partito comunista. Da un lato c’era una parte di coloro che avevano votato NO, i quali come è d’uso tra i comunisti che hanno una tradizione giacobina, non riconoscevano i risultati del congresso precedente. Essendo convinti di avere la ragione dalla loro parte, indipendentemente dalla ragione dei voti, la ragione delle maggioranze (d’altro canto in Unione Sovietica li avevano educati così) non aveva più nessun valore il risultato del congresso precedente, per cui vollero rifare il congresso che avevamo già fatto; quindi richiedere di nuovo ai militanti se volevano la svolta oppure non volevano la svolta, svolta che era già stata completamente decisa, infatti il compito non era decidere se si voleva o no la svolta, ma decidere quale tipo di partito nuovo, con quali programmi. Tant’è che io ho messo giù la Dichiarazione di intenti che si muoveva sulla linea delle idee più moderne del socialismo europeo e non furono quasi discusse perché tutto fu di nuovo riportato alla tragedia del nome, alla scelta tra il si e il no. Ma accanto alle posizioni del NO, insieme a loro, li aiutarono quelli che noi svoltisti più convinti chiamammo i “malpancisti”, cioè coloro che avevano accettato il SI’ con il mal di pancia, cioè l’avevano accettato in considerazione del momento, in cui per mezza Europa sfilavano le bandiere bucate del comunismo messo sotto-scopa. Avevano accettato il cambiamento del nome, ma non accettavano le posizioni veramente innovatrici che non consistevano solo nel cambiamento del nome: cioè non accettavano una visione maggioritaria del sistema politico, il limite della politica, il limite del partito – cioè di non concepire più il partito come punto centrale di tutta la vita pubblica e la vita politica- e soprattutto non accettavano il fatto che si mettesse in campo una vera e propria Costituente della sinistra. Quanto durerà, anche successivamente, questo diniego verso l’esigenza di dar vita per davvero ad una nuova formazione politica! E direi che l’insieme dei NO e dei malpancisti facevano maggioranza e quindi io dovevo tenere conto che c’era questa massa critica che rallentava il processo di rinnovamento – e lo ha rallentato, purtroppo, in modo molto grave.

Queste resistenze si sono fatte sentire malgrado ci fosse già stato quel fatto importante, epocale che era stato il crollo del Muro di Berlino e che era stato l’occasione che ci ha portato alla svolta. Io rimasi molto impressionato da quell’evento, non perché tutto iniziasse di lì, ma perché lì veniva a maturazione quello che io stavo cercando da tempo e si era accentuato nel corso dell’anno precedente: non è vero che la svolta fu una improvvisazione; nel’ anno precedente io ho dato un’intervista a L’Espresso proprio all’inizio di quell’indimenticabile ’89, in cui dicevo che il nostro punto di riferimento doveva essere non più la Rivoluzione d’Ottobre, ma la Rivoluzione Francese. Quello stesso anno vado, primo Segretario comunista nella storia del Comunismo italiano, negli Stati Uniti d’America, dove incontro l’establishment di quel Paese e parlo dei problemi dell’Europa, del cambiamento del nome. E’ stato un viaggio anche storico, seguito da tutta la stampa italiana. Torno e critico apertamente con una invettiva violentissima la strage della Tien-Ammen, dicendo che il comunismo era morto; e vicino a me c’era Ingrao e non aveva protestato. In quell’occasione, in quello stesso anno c’è l’articolo di De Giovanni, critico nei confronti di Togliatti. Io vado quello stesso anno in Ungheria a celebrare la riabilitazione, insieme a Craxi, di Nagy – dichiarando al mondo intero che i comunisti avevano sbagliato nel 1956- e quello stesso anno, poi, ritorno in Ungheria per seguire i tentativi di cambiamento nel partito comunista ungherese, che sarebbe diventato di lì a poco un partito social-democratico che chiedeva di essere ammesso nell’Internazionale socialista.

Quindi c’era già dietro di me un entroterra, una forte ricerca ideale e politica.

Poi crolla il muro e apparve subito evidente che bisognava agire rapidamente: appare evidente che niente sarebbe restato come prima; che quello che aveva congelato tutti gli anni precedenti la Sinistra, perché uomini che io avevo visto insieme nella Resistenza, a casa mia dove c’era la sede clandestina della Sinistra cristiana, e che si erano divisi proprio sulla scelta di campo a favore o contro l’Unione sovietica, adesso potevano di nuovo riunirsi, perché era stata proprio la scelta di campo ad aver diviso coloro che durante la Resistenza erano stati insieme. Il mio padrino di comunione, Ciccino Balbo della sinistra cristiana, che era un cattolico fervente, dopo la scomunica va nella Democrazia Cristiana mentre mio padre, che era stato con lui nella resistenza, va nel Partito Comunista. Ebbene dopo il crollo del Muro di Berlino potevano di nuovo scegliere liberamente di essere parte di uno stesso partito; quindi io vedevo la grande possibilità che si apriva davanti a noi e che poteva cambiare tutta la politica italiana, per spingerla verso due grandi raggruppamenti: uno di centrodestra e l’altro di centrosinistra, mettendo insieme anche le diverse culture della sinistra Italiana. E ricordo che io mi trovavo proprio in quei giorni, quando cadde il Muro, a Bruxelles: avevo un incontro con Kinnock, che era allora il leader del Partito Laburista e … mi chiese: perché non cambiate nome? E io gli dissi: è troppo difficile, è troppo difficile, è troppo difficile. Poi guardando insieme la televisione fummo colpiti dalla notizia sconvolgente del crollo del Muro, i giovani che con le piccozze lo gettavano giù. Vengo in Italia e dopo due giorni vado alla Bolognina e so che Kinnock ha raccontato poi a La Fontane: “Strano tipo questo Occhetto! Gli ho chiesto: perché non cambi il nome”. Ha detto: è troppo difficile, troppo difficile, troppo difficile. “Me l’ha detto tre volte”. Era il sabato; il lunedì apro il giornale The Guardian e vedo scritto: Il P.C.I. ha cambiato nome. Se non fosse stato tre volte difficile l’avrebbe cambiato anche il sabato. Era una battuta da understatment inglese, però significativo del fatto della tensione e attenzione con le quali la Social-democrazia europea seguiva questo importante mutamento di trasformazione. Arrivo in Italia, vado a Mantova il 10 di novembre per vedere il restauro dei famosi Affreschi di Giulio Romano e poi il giorno dopo mi trovo ad un ristorante e c’è il partigiano William, medaglia d’oro della Resistenza, che mi dice: domani – il 12, cioè la domenica 12- ci sarà alla Bolognina la celebrazione della Battaglia di Porta Lame, una battaglia molto importante, nel corso della quale sedici o poco più gappisti tennero in scacco seicento nazisti e disse: vieni a celebrarla. Gli risposi: sì, vengo, però dirò una cosa importante. Dirò che bisogna cambiare nome; non dirò proprio che bisogna cambiare nome; dirò che bisogna cambiare tutto, ma vuol dire questo. Tu cosa ne pensi? Io immaginavo che mi saltasse addosso; ed invece mi disse: va beh, non importa, il nome rimane nel nostro cuore, ma bisogna cambiare, perché così non si può più andare avanti. E il giorno dopo, infatti, mi presentai nella famosa saletta della Bolognina, dove si teneva la celebrazione. Io mi ero ricordato del famoso discorso di Gorbaciov ai veterani. Gorbaciov, prima delle Perestrojka, aveva riunito tutti i veterani della seconda guerra mondiale, ed aveva detto loro: voi avete vinto la seconda guerra mondiale, ma se qui non cambiamo profondamente, rischiamo di perdere tutto. Tra l’altro fu profetica questa affermazione di Gorbaciov. Io dissi una cosa analoga ai partigiani italiani; dissi loro: voi siete stati sempre all’avanguardia dell’innovazione, avete combattuto contro il Fascismo, ma se volete che la Resistenza rimanga il centro dell’idea della Sinistra e non venga invece travolta dal crollo delle posizioni del cosiddetto “socialismo reale”, bisogna cambiare e cambiare tutto. Fui applaudito, certo forse non tutti capirono il senso di quel discorso; alla fine un giornalista mi chiese: cambiare tutto cosa vuol dire? Cambiare anche il nome? Ricordiamo che allora il problema del nome era sempre al centro, quindi è chiaro che un giornalista ti chiedesse questo; io dissi: cambiare tutto vuol dire cambiare tutto. E mi fermai lì. Naturalmente il giorno dopo i giornali uscirono con i titoli di scatola: La Repubblica intitolò: “Il P.C.I. cambia nome” e così molti altri giornali. Il 13 gennaio del 1989, l’unico giornale che mise la notizia con un punto interrogativo fu L’Unità. Devo dire che filologicamente era più corretta L’Unità, per il semplice fatto che io non avevo detto che cambiavo nome, quindi si poteva solo arguire.

Il P.C.I. cambia nome? era una sintesi giusta di quello che avevo fatto. Al giornalista avevo detto cambio tutto, non avevo risposto affermativamente alla sua domanda sul cambiamento del nome. Perché non avevo risposto di si? Perché dicevo tra me e me, e non solo tra me e me: se viene fuori che ho cambiato il nome da solo, scoppierà una canea. Diranno che sono anti-democratico; e difatti non lo avevo cambiato, avevo semplicemente profilato, attraverso una proposta politica, l’esigenza di cambiare tutto, la volontà di aprire una discussione.

Quando vidi, la stessa sera del mio discorso ai partigiani, al mio ritorno a Roma dalla Bolognina, le prime agenzie che battevano la notizia che Occhetto cambiava il nome al Pci, io telefonai a Repubblica per dire che non si poteva dire sulla base delle mie affermazioni che era stato deciso il cambiamento del nome; ma La Repubblica non si lasciò perdere il boccone buono (aveva anche ragione dal punto di vista giornalistico!) e uscì, come molti altri giornali, in quel modo. Allora io capii che dovevo aprire subito il processo di discussione. Quella stessa notte scrissi la relazione di annuncio della svolta. Ci sono i momenti di svolta e di tensione, in cui sembra che le energie si moltiplichino. Pensandoci oggi non so come ho fatto ad essere il giorno prima a Bruxelles, poi a Mantova, poi fare la Bolognina, poi tornare in aereo, poi vedere tutte le agenzie, poi passare tutta la notte a scrivere quella che diventerà la relazione centrale di tutta la svolta, con tutto l’affresco della situazione internazionale e della situazione politica. Un momento che ricordo solo di quella notte è solo che iniziai a battere a macchina (di solito scrivevo a mano, poi la mia segretaria batteva a macchina) ma non sapevo che effetto avrebbe avuto quello che stavo per scrivere sulla mia segretaria, figlia di una famiglia di antifascisti comunisti. Non volevo farle venire uno shock;mi misi in modo a scrivere lentamente,

perché io allora scrivevo malissimo a macchina, adesso ormai mi sono abituato con il computer. Passavo i primi fogli, man mano che li scrivevo, uno ad uno ad Aureliana, che stava vicino a me. Lei incominciò a leggere i 3-4-5 primi fogli e poi non volle più andare avanti, aveva capito di cosa si trattava e forse rimase terrorizzata dalle difficoltà che sicuramente si sarebbero aperte, anche dal calvario politico che indubbiamente quella scelta aprì dentro e fuori il partito: ci saranno grandi sofferenze oltre ai grandi successi. La svolta sicuramente non fu mai digerita fino in fondo. E quindi misi allora nero su bianco e impostai quelli che erano i capisaldi della discussione che avremmo avuto prima in Segreteria poi nel Comitato Centrale e successivamente nel Congresso.

Si disse che io avevo deciso tutto da solo; in realtà si aprì da quel momento uno dei processi più democratici, forse il più democratico, di tutta la storia dei partiti politici dopo il dopoguerra. Perché noi abbiamo avuto una serie di fasi molto intense; nel giro di due mesi abbiamo avuto prima una riunione di Segreteria, cioè il 13; poi un giorno dopo la riunione della Direzione; poi una settimana dopo la riunione del Comitato Centrale e quindici giorni dopo la riunione successiva e finale del Comitato Centrale che decise per lo schieramento tra il SI’ e il NO e lo decise in modo estremamente netto, tant’è che si ebbero 219 voti a favore, 73 contro e 34 astenuti. Nascono così il SI’ e il NO che si confronteranno per tutto un periodo della storia politica del vecchio partito comunista ed anche del Pds e della Sinistra Italiana.

E questo risultato, queste diverse componenti erano già di per sé un fatto storico, un fatto storico che ci faceva fuoriuscire dal partito comunista: quelli che avevano votato contro non si rendevano conto che in quello stesso momento finiva il partito comunista. Perché? Perché una delle caratteristiche fondamentali dei partiti comunisti era quella di negare le correnti; in quel momento invece si fondarono due correnti che si combattevano su due visioni completamente diverse del futuro della Sinistra, quindi quella giornata è anche la data della fine di questo mostro sacro a cui avevano giurato i comunisti che avevano creato la vera divisione tra comunisti e socia-democratici in tutto il mondo, cioè finisce il centralismo democratico ed inizia una normale battaglia di alternativa democratica anche interna al partito comunista. Ma i protagonisti della svolta, anche chi era contrario alla svolta, perché la svolta nasce dall’intreccio di una battaglia politica, sono stati molti: con posizioni tra di loro diverse. C’erano con me, diciamo, i veri e propri svoltisti, cioè quelli che volevano cambiare seriamente non solo il nome, ma anche il modo di fare politica; poi c’erano quelli che io ho chiamato i “malpancisti”, guidati fondamentalmente da Massimo D’Alema il quale, non a caso, aveva sostenuto che la svolta non era un grande fatto di rinnovamento o un nuovo inizio, come io l’avevo chiamata ma era una terribile necessità, resa tale dalla situazione internazionale, e insieme a lui c’erano tutti quelli che l’avevano accettata perché avevano pensato che era una buona occasione per entrare nel salotto buono senza però cambiare sostanzialmente niente di importante nel modo di essere del vecchio partito. Poi c’era una componente, anch’essa a favore della svolta, che però occhieggiava di più all’unità socialista di Craxi che erano i cosiddetti “miglioristi” come veniva chiamata allora, con un nome improprio, la componente di Napolitano all’interno del partito.

Naturalmente io ritengo che l’unica componente che avesse una capacità di analisi intellettuale nuova era la mia, quella di Napolitano era francamente ripetitiva delle posizioni di Craxi, ma voglio dire che quelle erano sostenute molto meglio da Craxi, e quella malpancista era una opposizione europea che poi porterà tanti lutti alla sinistra italiana, nel senso che la porterà alla disfatta man mano che le sue posizioni puramente e cinicamente tattiche prenderanno il sopravvento e la porteranno a distruggere ogni prospettiva vera, di rinnovamento della Sinistra e della coalizione. Noi avevamo invece l’idea di rinverdire la tradizione socialista con le componenti più avanzate della tradizione liberale gobettiana per creare un qualcosa di fecondo, di nuovo, che fuoriuscisse dai vecchi schemi della Sinistra italiana perché l’Italia non aveva bisogno di ex comunisti, ex socialisti, ex democristiani di Sinistra, come purtroppo ci sono soltanto ancora oggi, ma aveva bisogno della nascita di qualche cosa di culturalmente e intellettualmente più vivace, più colto e più intelligente. Purtroppo l’arretratezza culturale sia dei miglioristi, sia dei malpancisti, impedì questo sbocco sul quale ritornerò anche successivamente nel corso della nostra conversazione.

Anche nell’area di chi combatté veramente, la svolta, però ci furono opposizioni diverse. Ci furono le opposizioni di quelli che erano apertamente filo-sovietici, come Cossutta, e che è naturale. Mica si poteva chiedere a Cossutta, non era stato c’accordo con le precedenti innovazioni di Berlinguer, che pur si muovevano ancora dentro lo schieramento comunista. Era impensabile, non ho mai pensato che Cossutta potesse essere favorevole alla svolta. Ma furono contrari anche Ingrao, e questo mi stupì, e una parte, non tutti, una parte minoritaria di berlingueriani. Loro partivano invece da un’altra impostazione. Loro dicevano: “Il Partito Comunista è già una cosa nuova”. Il Partito Comunista non può essere considerato come gli altri partiti comunisti. Noi abbiamo fatto il rinnovamento, perché dobbiamo cambiare? C’era del vero, in questa posizione. Ma come io dissi, già nella prima relazione di cui ho parlato, che feci in segreteria, poi mi ripetei in direzione, quella novità nel momento in cui tutto lo schieramento mondiale cambiava, e cioè uno delle due componenti della storia mondiale, cioè il blocco dell’est stava crollando definitivamente, rimaneva appesa sul nulla. E quindi avrebbe perso anche la sua efficacia e la sua funzione. Cioè in buona sostanza, pur avendo delle ragioni interne, questa posizione non capiva che stava cambiando completamente la struttura politica del mondo, e che bisognava invece, diciamo, capire, e caso mai si trattava di innestare le vecchie domande della Sinistra dentro un universo di discorso completamente diverso da quello della tradizione comunista.

La mia sollecitazione, che era venuta fin dai primi giorni della svolta, cioè della Bolognina, è che era quella di parlare al di là dei tradizionali partiti, ad una Sinistra che era rimasta sommersa, nascosta, che non trovava rappresentanza perché non si riconosceva né nella sinistra democristiana né in quella comunista. Per questo io ho invocato quella Sinistra, che ormai superate le vecchie contraddizioni che si erano aperte attorno alla divisione del mondo in blocchi contrapposti, avrebbe potuto riemergere e diventare un collante nuovo, da cui far nascere una Sinistra profondamente diversa. Allora, io credo che un primo risultato lo è sì ebbe quando, il 30 novembre del 90 ci fu una importante riunione al Capranica, dove da tutta Italia, convennero gente sconosciuta, alcuni sì, gran parte no, giovani soprattutto della Sinistra sommersa, che dissero: “Bene, ci siamo, vogliamo costruire il nuovo Partito”. Apriti cielo! Quelli che erano contrari alla svolta, fecero di tutto per allontanarli, ma anche i cosiddetti malpancisti, che volevano mantenere la funzione di comando del vecchio Partito Comunista, e vedevano qualche cosa di pericoloso, rispetto alla loro visione tradizionale del Partito in queste posizioni che erano, naturalmente alle volte ingenue, come tutto lo è tutto ciò che è nuovo. Infatti si parlò di nuovismo, credendo di dire chissà quale grande spiritosaggine; è chiaro che se vai a una vera innovazione, raccogli apporti freschi, non raccatti i cosiddetti professionisti alla politica, che poi fanno, come si è dimostrato ultimamente, più errori degli altri. I burocrati fecero di tutto per respingere questa Sinistra nuova. Ma in questo evento c’erano già in luce due visioni, del processo di trasformazione della Sinistra. Una visione che pensava, in sostanza, che finita la tragedia, finito il momento più drammatico, finita la piena della rivolta, si poteva rialzare la testa,rifare i vecchi partiti così come erano stati. L’altra visione, che era la mia, era quella di dar vita ad una costituente che creasse un fecondo rapporto tra tutte le componenti del riformismo italiano. Fu allora che io dissi: “Bisogna andare oltre, oltre il Comunismo e oltre la Socialdemocrazia”. Anche qui si aprì una discussione. Si diceva: “Perché oltre la socialdemocrazia. Solo il comunismo ha perso”. Ora, dire che era il comunismo ad aver perso, per me non c’era problema, tanto è vero che chiudevo il più grande Partito Comunista dell’Occidente. La sfida era culturale ed intellettuale, cioè bisognava andare oltre le categorie di pensiero, concettuali, della vecchia Socialdemocrazia che era nata anch’essa dalla cultura industrialista di una certa fase dell’Ottocento e del Novecento, tant’è che i Socialdemocratici non si turbavano affatto di affermazioni di questo genere, perché loro cercavano una nuova via; basti pensare a quello che poi avverrà con Tony Blair in Inghilterra.. Nello stesso tempo sostenevo che bisognava andar oltre la stessa tradizione comunista per dar vita a una nuova sinistra di tipo riformista, cioè che si collegasse alla componente che aveva vinto nella diatriba interna all’Internazionale, quella Socialista e Liberale, tant’è che chiesi con forza e mi mossi con decisione per entrare nell’internazionale socialista. Con decisione talmente forte, che andai ai colloqui con Craxi, quando Craxi era già stato colpito dagli avvisi di garanzia, e mi ricordo che mentre ero impegnato a convincerlo D’Alema da fuori, chiedeva le dimissioni di Craxi, perché era sotto scopa da parte della Magistratura. Io ritenevo allora che la cosa più importante, era risolvere quel problema storico, che ci aveva tenuto divisi e separati dal grande alveo della socialdemocrazia europea.

La questione che ponevo, affermando che bisognava andare oltre era un’altra. Stava a significare che occorreva cercare vie nuove, e che, entrati dentro questo alveo storico, bisognava starci non con il cappello in mano. Non dovevamo comportarci come i partiti dell’Est che si comportavano da subalterni perché avevano tanti peccati da farsi perdonare, tanta miseria da portare con sé. Noi avevamo dietro le spalle Antonio Gramsci, avevamo con noi la grande cultura riformista italiana. Dovevamo entrare con l’idea che si poteva anche rinnovare, rinnovare, diciamo, la stessa tradizione socialdemocratica, alla luce delle grandi contraddizioni nuove che si aprivano sulla scala internazionale, e che non erano più quelle della vecchia società industriale operista. Ed è proprio per questo che io ho sempre ritenuto e ritengo, e qui ritorno alla sinistra sommersa, che la Sinistra italiana è diversa da quella inglese e da quella tedesca; ma non lo dico per una chiusura provinciale, per dire facciamo all’italiana. In Italia il Partito Socialdemocratico, come quello inglese e tedesco, non si è costituito, ma non per colpa della nostra generazione. Per responsabilità di Togliatti. Nel ‘56, che era il momento in cui se ci si univa a Nenni si

sarebbe potuto costituire un grande Partito Socialista, si né persa l’occasione storica. E anche dopo con Berlinguer, quando nel ‘76 messi insieme, potevamo diventare una alternativa non lo abbiamo fatto, come disse Berlinguer a De Martino e De Martino me lo ha confessato, perché aveva paura di interventi di Breznev che avrebbe organizzato la scissione e distrutto il Partito Comunista Italiano. Anche in quel momento si è persa l’occasione di fare il vero partito socialdemocratico in Italia. Ma dopo Mani Pulite, dopo la fine del Partito Socialista Italiano con la crisi della Prima Repubblica, il problema era di dare una nuova fiducia, costruendo qualche cosa di profondamente nuovo, ed era quello che si poteva fare chiamando a raccolta anche forze che non erano quelle tradizionali. La Sinistra sommersa rappresentò un primo tentativo. Ma i riflessi di conservazione che erano presenti in tutta la Sinistra compreso il partito socialista impedirono di guardare a questa grande possibilità che cogliemmo solo grazie ad una legge maggioritaria che era figlia dello spirito del maggioritario, la legge della elezio9ne diretta dei sindaci. Senza quella legge non si sarebbero costituite le prime maggioranze di tipo ulivista. Invece le abbiamo ottenute dimostrando che a differenza delle vecchie divisioni del proporzionale, con la scelta alternativa tra un sindaco di centro-sinistra e uno di centro destra per la prima volta nella storia d’Italia, potemmo conquistare comuni che altrimenti non avremmo mai preso come centrosinistra.

Certo, il momento storico nel quale si era tenuto il congresso di Rimini non aveva favorito; perché esso si tenne in un momento abbastanza drammatico. La “Guerra del Golfo” con le conseguenti divisioni fra pacifisti e no, tra chi era favorevole alla guerra e chi no, oppure tra chi voleva intervenire contro Hussein, ma in modo diverso da come si fece poi con quella operazione militare determinò, sullo sfondo di questo scenario drammatico, una battuta d’arresto. Perché una battuta d’arresto? Perché noi svoltisti temevamo che si tenesse il Congresso proprio nel momento stesso in cui la parte voleva la scissione.

La guerra forniva il migliore materiale incandescente per una scissione. Quindi il Congresso fu cupo, sotto questo profilo. E fu cupo al punto tale che le notizie della guerra coinvolgevano tutti, i giornali, e la stessa Unità, per certi momenti non diedero nemmeno la prima pagina ai nostri lavori. Ci trovammo in una situazione estremamente difficile.

Però facciamo un passo indietro. Craxi che rapporto aveva avuto con la svolta? Aveva avuto un rapporto altalenante, in un primo momento di grande interesse. Io lo ricordo al Congresso di Bologna, che è stato il Congresso più bello più vivo, e lui si divertiva come un ragazzo, mandava i foglietti a tutti, a Ingrao, a Cossutta, a Napolitano, dicendo che bel Partito, vorrei avere anche io un Partito così vivo, che dibatte in questo modo. Anche a me, faceva i complimenti, sulla svolta. E poi però, improvvisamente, si fermò. Si fermò, perché ebbe il timore che la svolta cambiando il Partito Comunista, cambiava la sostanza della sua strategia, che era vero, perché se un componente del gioco cambia profondamente, cambia tutto. Tanto è vero che io dissi, credo fui buon profeta: “Questo è il nuovo inizio, ma la campana del nuovo inizio, non suona solo per noi, ma suona per tutti, e tutti i Partiti italiani dovranno fare i conti e cambiare”. E la cosa fu talmente vera, che adesso, se pensiamo alla nomenclatura politica di quegli anni e a quella di oggi, il panorama politico italiano è del tutto irriconoscibile.

E quindi, bisognava fare i conti con questa novità. Io direi che Craxi che ha avuto meriti anche di innovazione, per esempio l’avere visto in tempo che era necessaria una trasformazione istituzionale, invece sulla svolta ha dimostrato di essere già stanco politicamente; non aveva più in mano la funzione di leadership. Allora ha perso una occasione storica, perché temette, ma il suo ragionamento fu di calcolo ristretto,perché anche il suo partito era molto chiuso sulla effettiva innovazione della politica, che dal momento in cui avevamo fatto la trasformazione, non eravamo più un partito comunista, l’idea di fagocitarci dentro l’Unità socialista non poteva più funzionare come prima. La Svolta aveva cambiato il quadro di riferimento. E quindi ebbe nei suoi confronti progressivamente una reazione indispettita. Per un primo tempo, persino, si oppose alla nostra entrata nell’Internazionale Socialista. Ci vollero i buoni uffici, di Willy Brandt di Muarois, dai quali andai ripetutamente a parlare, e di tutti i dirigenti dell’internazionali. Poi finalmente accettò con riluttanza la cosa, come trascinato dal fatto che noi avevamo fatto la svolta e diventava incomprensibile la sua opposizione.

Quindi quando arriviamo al Congresso di Rimini, non gli parve vero di sfruttare la difficoltà che si creavano di fronte alla guerra, per dire che il nostro pacifismo era una cosa da pazzi. E allora anche i giornali a urlare: “Ecco sono sempre gli stessi, sono i soliti comunisti, hanno una posizione terzomondista, o addirittura antiamericana”. In realtà, quella critica era profondamente ingenerosa, perché la posizione che io presi al Congresso, poteva essere giusta, poteva essere sbagliata, ma era tutto meno che il riflesso di una posizione vetero-sovietica.

La mia posizione fu esattamente quella che avevano, in quel periodo, assunto i democratici americani. Combattere Saddam Hussein, con una serie di proposte, che adesso non sto ad elencare, che dovevano isolarlo, senza creare le condizioni perché in tutto il mondo arabo si sviluppasse, nel corso del tempo, una posizione di revanciscimo politico e religioso. Nella mia relazione, lo ricordo ancora, c’è una frase importante, in cui si dice: “Questa guerra lascerà sul terreno, molte vittime, ma soprattutto lascerà sul terreno, un soggetto nuovo destinato a far parlare di sé negli anni a venire. Cioè un nuovo terrorismo internazionale che nascerà dal modo come l’Occidente non sarà stato capace di fare i conti con l’Islam e con l’insorgenza delle nuove posizioni estremiste e fondamentaliste dell’Islam”. Questa che era una posizione critica, da discutere con attenzione e rispetto, fu ancora una volta valutata con i parametri della vecchia e arretrata visione che divideva il mondo in filo sovietici e antiamericani. Come i vecchi pugili suonati, che quando sentono suonare il campanello della macchina da scrivere, incominciano a boxare, perché a forza di prendere pugni, evidentemente, hanno delle reazioni, diciamo, automatiche. E così sta avvenendo di nuovo in questi giorni dinnanzi all’attuale guerra. Anche oggi non è possibile discutere serenamente, perché o si è Occidentali e comunque per ogni azione di guerra, oppure si è terzomondisti. Cinque invece voglia discutere sul modo migliore per fare delle operazioni di carattere internazionale contro il terrorismo, viene messo a tacere. Tuttavia Craxi prese lo spunto dalle difficoltà che venivano create dalla “Guerra del Golfo” e dagli atteggiamenti che noi dovevamo avere nei confronti di questa guerra, per prendere distanze dalla svolta, e per lanciare un forte attacco teso a sostenere che la nostra non era stata una vera svolta. Che la cosa fosse pretestuosa la dimostra un fatto che vorrei rivelare. Finito il Congresso, ci fu un drammatico bombardamento di Baghdad. Lui volle vedermi, per assumere una comune posizione di protesta. Abbiamo così steso un comunicato congiunto di condanna di quel bombardamento americano. Non solo, subito dopo, ci siamo rivisti, per decidere che cosa fare su Arafat; Craxi era un grande amico di Arafat, molto probabilmente a differenza delle posizioni dorotee della Sinistra attuale, oggi avrebbe preso una posizione ben diversa di fronte al tentativo di metterlo in un angolo, come sta avvenendo drammaticamente in questa nuova fase di scontri in Medio Oriente, e sicuramente non avrebbe accettato le attuali posizioni di gran parte della cosiddetta sinistra riformista sull’argomento. Quindi c’era la possibilità anche di un discorso comune, che nel momento del Congresso, non fu fatto proprio per quell’atteggiamento che Craxi aveva nei confronti della fondazione del Pds. Voglio anche dire che con Craxi, ho avuto altri incontri, nei quali io avevo chiesto di costruire insieme l’alternativa. Gli avevo detto: “Ma noi che veniamo da una certa tradizione non possiamo entrare subalterni nel CAF”. E ci mancava anche questo, oltre alle macerie del Comunismo, avremmo avuto addosso anche le macerie del Caf, però fai una cosa, gli avevo detto: “Esci dal Governo, insieme ci mettiamo anche per un anno all’Opposizione e poi facciamo l’alternativa alla Democrazia Cristiana”.

Lui mi faceva i disegnini sulla carta, con tutti i numeri, chiaramente se uniamo a noi Socialisti, Repubblicani, Socialdemocratici, arriviamo al 49%. E lì gli spiego e gli dicevo: “Guarda 49 sulla carta, vuol dire, più del 50 nella realtà, perché il premio di novità per questo fatto di costruzione di una Sinistra nuova, è enorme”. Io sono convinto che avevo ragione. Craxi lì, era evidentemente prigioniero del Caf e anche in un certo sistema di potere che si era costruito nel corso del tempo, è stato un peccato perché come è stato un peccato poi che con “Mani pulite” si sia travolto il Partito Socialista, perché la svolta presupponeva un Partito Socialista che si alleava con noi. Del tutto falso, che noi gioimmo della fine del Partito Socialista, anzi fummo costretti a partire molto più indietro, perché il primo risultato elettorale che poi avremo, sarà quello del 16% oggi sarebbe un ottimo risultato, ma fu considerato scarso, perché c’era una crisi ormai della Prima Repubblica e c’era ormai uno spostamento del voto verso le forze che si muovevano fuori dalla Prima Repubblica. Io credo che se allora la sinistra avesse avuto il coraggio di congiungere le due esigenze – quella della questione morale e quella della riforma istituzionale – la storia politica italiana poteva andare molto diversamente.

Sta di fatto che noi uscimmo dal Congresso di Rimini con la Quercia e con sotto la falce e martello e con la denominazione del Partito Democratico della Sinistra. Partito Democratico della Sinistra sta va significare che facevamo la scelta del partito democratico, ma siccome era possibile avere anche un partito democratico moderato, con la parola di sinistra ci presentavamo come un possibile spezzone di uno schieramento di centrosinistra. La Quercia stava a significare la tradizione dell’albero della Libertà che veniva piantato dai Rivoluzionari Francesi in tutta Europa: scegliemmo un albero che ci era sembrato molto bello dal punto di vista del logo e difatti come albero è indubbiamente bello.Dopo tante prove,fatte da Magno, un bravissimo grafico, è nato il nuovo simbolo.Avevo in mente, e tra le prove fatte da Magno, un altro albero, da scegliere, quello dell’Ulivo, che successivamente fu scelto come simbolo dello schieramento di centrosinistra.Non lo avevo mai detto questo.

L’altro grande interlocutore, oltre a Craxi, in Italia e i grandi leader della Sinistra europea, è stato Gorbaciov. Sicuramente io sono stato influenzato dalla Perestrojka, dal fatto che c’era Gorbaciov in Unione Sovietica, prima della svolta quando ero Vice-Segretario ancora ho avuto con Lui ricordi immemorabili che durarono delle ore in cui affrontammo tutti i problemi fondamentali che stavano sul tappeto. Gorbaciov mi rivelò che lì andava tutto male, quando tutti dicevano che andava tutto bene con la Perestrojka, che il Partito era il nemicolprincipale al rinnovamento e poi ricordo anche in modo molto amichevole con cui accolse me. Dopo la svolta. Lui venne in Italia pochi giorni dopo, e sia Cossutta, Natta e Ingrao direi come una caduta di gusto rispetto alla tradizione dei comunisti italiani che non si erano mai appellati per affrontare le questioni interne al’ Unione Sovietica, chiesero un incontro a Gorbaciov probabilmente per chiedergli di appoggiarlo nella loro battaglia contro la svolta, questo avveniva poche settimane dopo la Bolognina, quindi in piena tensione interna, e Gorbaciov rifiutò di vederli, poi quando mi vide mi disse vedendomi da lontano: “Achille che cosa mi hai combinato?”. Io gelai, perché dicevo ho anche contro Gorbaciov, stiamo a posto! E’ bella e finita la partita, poi si mise a ridere, discutemmo, poi mi ha detto: “Sì ci sono questi tre compagni che mi hanno chiesto di vedermi, ma io ho detto parlo solo con il Segretario”. E poi non si sbracciò più di tanto, ma discusse con me tranquillamente, mostrando grande amicizia, che poi mi dimostrò anche in incontri successivi. Direi che Gorbaciov era un dirigente e lo è attualmente Occidentale, Socialista e Democratico. Sono sempre rimasto molto colpito dal fatto che l’Occidente ad un certo punto abbia preferito un leader veramente asiatico come Eltsin rispetto a quel vero leader socialista e democratico quale era Gorbaciov. Tanto è vero che in una delle discussioni che abbiamo fatto, insieme discutemmo, e questa era la sua grande preoccupazione, dell’unità europea e anche della compresenza ormai di tutti dentro la Sinistra Europea, ma Gorbaciov, sottolineò la necessità di un’Europa che non fosse né anti-Sovietica, allora c’era ancora l’ Unione Sovietica, né anti-Americana, in modo da non spaventare gli Americani. Gli Americani possono avere paura del fatto che sorge la Nuova Europa Unita, e bisogna che la nostra non sia una politica anti-Americana. E fui colpito da questa larghezza anche di veduta tattiche. Direi che dopo “La Guerra del Golfo” non fu ripagato, diciamo, della stessa moneta, dai suoi alleati occidentali e se il Golfo e quella guerra fu difficile per Congresso di Rimini, sicuramente fu la tomba di Gorbaciov, perché proprio dopo quella guerra e quel richiamo di nuovo allo schieramento netto, Occidente-Oriente, che Gorbaciov rimase in mezzo, rimase in mezzo, nello schieramento interno, fu favorito in questo modo il colpo di stato interno, la reazione di Eltsin e il suo collasso.

A questo punto si può anche chiedere: “Ma uno che viene dalla Federazione giovanile comunista, che è stato Segretario del Partito Comunista, che ha fatto tutta una vita dentro la Federazione Giovanile e nel Partito Comunista, com’è che arriva alla svolta?”. Io credo che se si guarda la mia storia, ed è per questo che ho sentito il bisogno di scrivere un libroche si intitola “Secondo me” che è un viaggio nella memoria che intende svelare l’arcano, di far capire come è successo questo fatto. La mia storia è la storia di un eterodosso.

Fin dai primi passi vedo nella mia casa di Torino dove c’era la sede clandestina della sinistra cristiana, dove stavano ai cattolici di sinistra socialisti, azionisti, tutta una sinistra variegata. A casa mia veniva Cesare Pavese che mi correggeva i compiti di latini, Italo Calvino e molti altri che poco a poco, con il manifestarsi dello stalinismo, si allontanavano. Pavese ha avuto una posizione critica, poi si suicida. Non per questo, ma era già su una posizione critica. Calvino abbandona, Vittorini pure viene trattato male, e quindi questa Sinistra che era per me la base ideale, culturale del mio essere di Sinistra, – e non Stalin, – la fonte ideale che mi ha guidato nel corso del tempo si era divisa e spappolata.

Sono stato eterodosso nel ‘56, quando per un momento stavo per andare con Nenni. Mandai la lettera come Segretario del Circolo Universitario a Nuova Generazione per dire il furore albergava nel cuore dei giovani comunisti, chiesi attraverso Nuova Generazione di cui ero il direttore la riabilitazione di Trotzki e di Bucharin, ad una riunione del comitato centrale del PCI mi alzai per chiedere la revisione dell’atteggiamento verso le posizioni della Luxemburg; lo dissi nel gelo generale con Togliatti che mi guardava stupito, forse, essendo un vecchio marpione, un po’ divertito. Nel ’68 ad Ariccia, in un convegno sulla rivolta studentesca, dissi che ci voleva una profonda rivoluzione politica nei Paesi dell’Est europeo, per questo fui come processato da tutta la direzione e mandato in Sicilia.

La mia strada era lastricata di questi momenti. Con Berlinguer, ho avuto dei rapporti molto positivi, ma anche critici. Berlinguer era per la questione morale, su questo l’ho seguito sempre, io credo che se si fosse fatta prima l’autocritica del sistema politico, sul terreno squisitamente politico, non sarebbe intervenuta la rivoluzione dei giudici. Quando Craxi lo ha chiesto, alzandosi in Parlamento, era troppo tardi, perché lo chiedeva dopo che lui era stato inquisito e anche molti dei nostri erano stati inquisiti. Quindi sembrava una chiamata di correo e per questo allora non accettammo quella posizione. L’idea era buona, però bisognava farla prima, bisognava avanzarlafarlal’idea forte della riforma del sistema politico il quale non doveva rispondere colpo su colpo contro i gi8udici ad ogni singola indagine. Ogni indagine va affrontata nel sistema democratico, dove c’è la separazione dei poteri, non attraverso i teoremi, né da parte dei giudici, né da parte del sistema politico. Per questo ero d’accordo con Berlinguer che aveva affrontato la questione morale non come questione giudiziaria. Direi che se si fosse congiunta la lotta di Berlinguer sulla questione morale con l’idea di Craxi della riforma istituzionale si sarebbe arrivati ad una sintesi molto alta. Purtroppo questa sintesi, la sinistra non la trovò e lì si sono bagnate le ali della svolta e della sinistra. L’altro elemento eterodosso che mi ha caratterizzato nel momento in cui ero vice-segretario, che in un comitato centrale in cui Natta mi diede il compito di fare la relazione io dissi che bisognava superare la visione nobilmente conservatrice che il Partito Comunista aveva avuto dalla Costituzione del sistema istituzionale e che bisognava passare dal proporzionale al maggioritario. Naturalmente quello fu uno scandalo perché credere nel proporzionale era come credere nella verginità della Madonna per il partito comunista

La svolta è stata quindi una grande cosa, è stato un evento molto importante della Sinistra Italiana, anche se io stesso ritengo che non ha potuto dare tutti i suoi frutti. In gran parte perché c’è stato il crollo di una parte della Sinistra, quindi sono venuti meno interlocutori di grande importanza, e anche perché dall’interno è stata tradita. Perché uso una parola così forte? Perché è stata tradita nella forma, cioè nelle forme nuove della politica che si preconizzava con la svolta e nei contenuti. E’ stata tradita nella forma perché non bastava cambiare il nome, bisognava anche volere il mutamento del sistema politico, bisognava volere una riforma profonda della politica, quindi il sistema maggioritario delle alternanze e delle alternative e riconoscere il limite della politica, il limite del partito tradizionale. E invece a poco a poco è di nuova prevalsa la pretesa della superiorità del partito, in quanto tale, al punto che nel momento migliore della Sinistra Italiana degli ultimi decenni e cioè nel periodo dell’Ulivo vincente, si è tematizzato il valore prioritario dell’esigenza di dare la Presidenza del Consiglio a un segretario di partito che venisse dall’ex partito comunista, ponendo una questione di schieramento molto angusta, che poi è stata pagata duramente, con la sconfitta della coalizione il suo indebolimento e quindi il rinascere a catena di tutti gli altri appetiti di Partito, perché se tu metti al centro il tuo Partito è chiaro che poi gli ex democristiani mettono al Centro il loro partito, e anche Rifondazione afferma la priorità del suo. Questa è stata una linea di cecità politica tale che la Sinistra pagherà per moltissimo tempo e dimostra che muovendosi su questa linea non si è nemmeno dei veri professionisti della politica perché per essere dei professionisti della politica non basta conoscere la grammatica e l’alfabeto, bisogna conoscere anche la sintassi, e sulla sintassi siamo stati molto scarsi, non parlare dei contenuti.

Io che cosa volevo? Io volevo una nuova Sinistra, io non credevo che la fine del Comunismo fosse la fine di una posizione altra, radicale. Ci può essere un radicalismo liberal, che è molto forte, lo dimostra tutta la cultura anglosassone. Invece di scegliere la strada di un radicalismo liberal, si scelse la strada di accontentarsi di entrare nel “salotto buono”, e quindi si sono accettati tutti i dogmi del pensiero unico monetarista, si sono sposate tutte le guerre senza una valutazione critica anche di che cosa bisognava fare all’intero di quello schieramento, ma soprattutto non si è più posto l’accento su quelli che fin dal XVIII Congresso, cioè dal Congresso prima di quello di Bologna, quando c’era ancora il Pci, ma era già un Congresso di rinnovamento. Allora io posi al centro lo scenario, forse apocalittico, come sembrò allora, del rischio che il Pianeta potesse saltare di fronte ai problemi ecologici,di fronte all’intreccio tra questione ambientale e rapporti tra il Sud e il Nord del mondo. Quelle analisi fecero di noi della svolta gli alfieri delle posizioni più avanzate, posizioni che adesso vengono discusse in tutte le piazze del mondo, che sono fatte proprie dal movimento del new global.

Noi un tempo avevamo visto lontano e non volevamo che quelle posizioni si sviluppassero su una linea luddista, contro l’ineluttabile globalizzazione dei processi, e contro lo sviluppo naturale delle forze produttive … ma volevamo inseguire il corso della storia sulla linea di una globalizzazione democratica, quindi di un nuovo Governo mondiale.

Tutto questo si è perso nel nome di una visione provinciale della politica per la politica, del politicismo autoreferenziale, del potere per il potere. Io spero che le ultime severe lezioni impartite alla Sinistra possano servire per far rinascere, soprattutto nelle nuove generazioni che vedo di nuovo in movimento, le idee e le speranze di una nuova sinistra. Le nuove generazioni devono diventare i referenti ideali e politici del riformismo se si vogliono rimettere in campo, sia pure in modo nuovo, le idee che sono state le idee fresche e innovatrici della svolta.