La fine e il nuovo inizio.

Le celebrazioni della ricorrenza dei 90 anni di storia del Pci hanno messo in evidenza come quella vicenda abbia rappresentato un pezzo rilevante della storia d’Italia, un architrave della costruzione dello stato democratico e della medesima ricostruzione del paese.
Lo stesso si può dire dell’ultimo atto della vita di quel partito, della svolta e del passaggio dal Pci al Pds. In continuità con la funzione nazionale esercitata dai comunisti italiani anche la fine e il nuovo inizio non si presentano solo come un evento interno, un affare dei comunisti e della loro crisi, bensì come un passaggio di fase nella stessa storia del paese.

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La svolta è stato uno dei momenti più drammatici di tutta la storia politica dei partiti del dopoguerra ed ha conosciuto fatti e situazioni anche molto scabrosi. Quello che vorrei ricordare, prima di tutto il resto,è quel mio famoso pianto alla fine del congresso di Bologna, che sancì la vittoria degli “svoltisti”. Molti si chiesero come mai ho pianto subito dopo una vittoria così importante. La verità è che tutta la fase che andava dalla Bolognina fino al congresso, è stata una fase durissima; per la prima volta i comunisti si sono divisi fra di loro in modo aperto, chiaro; ci siamo combattuti veramente anche tra coloro che erano sempre stati amici, erano stati insieme e quindi è stata una vera e dura sofferenza. Oltretutto io non ero convinto che avremmo vinto questo congresso, per cui, alla fine del congresso, quando Ingrao si alzò per darmi la mano – e lo stesso fece Natta- forse anche colpiti dall’enorme ovazione che accolse le mie conclusioni che superò quella che aveva accolto Ingrao la sera prima, io ebbi un momento di rilassamento: pensai è finita, è fatta, adesso sia quelli che sono stati a favore che quelli che sono stati contro, possono fare il nuovo Partito.

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