Achille Occhetto

Biografia Ufficiale

Atto Principale della Svolta

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L’Atto Principale della Svolta (PDF)

Discorso al Comitato Centrale del PCI del 14-11-1989 Read the rest of this entry »

Written by Achille Occhetto

marzo 28th, 2012 at 5:30 pm

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Tra Pci e Pds

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La fine e il nuovo inizio.

Le celebrazioni della ricorrenza dei 90 anni di storia del Pci hanno messo in evidenza come quella vicenda abbia rappresentato un pezzo rilevante della storia d’Italia, un architrave della costruzione dello stato democratico e della medesima ricostruzione del paese.
Lo stesso si può dire dell’ultimo atto della vita di quel partito, della svolta e del passaggio dal Pci al Pds. In continuità con la funzione nazionale esercitata dai comunisti italiani anche la fine e il nuovo inizio non si presentano solo come un evento interno, un affare dei comunisti e della loro crisi, bensì come un passaggio di fase nella stessa storia del paese. Read the rest of this entry »

Written by Achille Occhetto

marzo 22nd, 2012 at 12:30 pm

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L’ex segretario comunista ripercorre i giorni convulsi del cambio di nome

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Occhetto e la Bolognina: «Non m’hanno perdonato la solitudine della svolta»

di Stefano Cappellini

Intervista. L’ex segretario comunista ripercorre i giorni convulsi del cambio di nome: «Di fronte al crollo del Muro avevo due strade davanti a me: o aprivo la solita e lunghissima discussione sul che fare oppure dovevo agire».

«Io ero convinto di perdere», dice Achille Occhetto al Riformista vent’anni dopo. Convinto, cioè, che la svolta annunciata alla Bolognina il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, sarebbe stata bocciata nella conta interna al Partito comunista italiano. La conta, lunga e faticosa, alla fine premiò Occhetto. Ma forse quella convinzione non era così sbagliata se è vero che lo strappo di quel 12 novembre, quando l’allora segretario del Pci spiegò a una platea di ex partigiani la necessità che il partito cambiasse pelle e nome, non ha comunque prodotto l’esito sperato: la nascita di un compiuto e moderno partito della sinistra italiana.

Occhetto, davvero era così pessimista? Già prima della caduta del Muro nel Pci si era affrontato il tema del cambiamento di nome. E lei sapeva bene che una parte del gruppo dirigente comunista era convinta della necessità di svoltare.
All’ultimo congresso prima della Bolognina avevo detto: «Non cambieremo mai nome sotto richiesta esterna, salvo che non ci siano eventi eccezionali per cui bisognerà farlo. Più eccezionale della caduta del Muro… Ma nulla era scontato perché io non feci il solito giochino delle scatole cinesi, cioè mettere d’accordo gradino dopo gradino tutte le varie cerchie e poi, ad accordo chiuso, comunicare le novità al popolo bue.

L’hanno accusata di aver gestito in modo «privatistico» l’annuncio della svolta.

La proposta fu rapida e immediata e non si poteva che fare così. Di fronte al crollo del Muro avevo due strade davanti a me: o aprivo la solita e lunghissima discussione sul che fare oppure dovevo agire. Ma la solitudine riguardò la proposta, non la decisione. Quella viene presa attraverso un processo democratico che non ha eguali nei partiti italiani. Domenica tengo il discorso alla Bolognina. Lunedì riunisco la segreteria. Due giorni dopo, al termine di una discussione intensissima, ottengo la maggioranza in direzione. Lì per la prima volta si spacca il partito in correnti. Usciamo dal centralismo democratico e io metto a repentaglio la storica rendita di posizione di un segretario comunista. Quindi si tengono altri due comitati centrali e poi due congressi, perché non si accetta il risultato del primo, se ne deve fare un altro e perdiamo un altro anno per ridiscutere se cambiare il nome, mentre sarebbe stato più utile chiarirsi sul progetto politico. Read the rest of this entry »

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ottobre 5th, 2014 at 6:30 pm

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Il calvario del nuovo inizio

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La svolta è stato uno dei momenti più drammatici di tutta la storia politica dei partiti del dopoguerra ed ha conosciuto fatti e situazioni anche molto scabrosi. Quello che vorrei ricordare, prima di tutto il resto,è quel mio famoso pianto alla fine del congresso di Bologna, che sancì la vittoria degli “svoltisti”. Molti si chiesero come mai ho pianto subito dopo una vittoria così importante. La verità è che tutta la fase che andava dalla Bolognina fino al congresso, è stata una fase durissima; per la prima volta i comunisti si sono divisi fra di loro in modo aperto, chiaro; ci siamo combattuti veramente anche tra coloro che erano sempre stati amici, erano stati insieme e quindi è stata una vera e dura sofferenza. Oltretutto io non ero convinto che avremmo vinto questo congresso, per cui, alla fine del congresso, quando Ingrao si alzò per darmi la mano – e lo stesso fece Natta- forse anche colpiti dall’enorme ovazione che accolse le mie conclusioni che superò quella che aveva accolto Ingrao la sera prima, io ebbi un momento di rilassamento: pensai è finita, è fatta, adesso sia quelli che sono stati a favore che quelli che sono stati contro, possono fare il nuovo Partito. In realtà mi sbagliai perché incominciava invece una lotta dura e sorda che avrebbe, in parte, bagnato le ali alla svolta. Il Congresso del “pianto” era del 1990, mentre il congresso che ha deciso, ha votato la Fondazione del PDS è stato anche il Congresso della scissione. Io molte volte scherzosamente dico che ho fondato due partiti: il PDS e Rifondazione Comunista. E quel congresso avverrà un anno dopo, un anno di lunghi ritardi, di lunghe battaglie interne. Perché ci furono quei ritardi e quelle battaglie interne? Perché c’erano già allora sulla scena quelli che io chiamerei i dorotei interni al partito comunista. Da un lato c’era una parte di coloro che avevano votato NO, i quali come è d’uso tra i comunisti che hanno una tradizione giacobina, non riconoscevano i risultati del congresso precedente. Essendo convinti di avere la ragione dalla loro parte, indipendentemente dalla ragione dei voti, la ragione delle maggioranze (d’altro canto in Unione Sovietica li avevano educati così) non aveva più nessun valore il risultato del congresso precedente, per cui vollero rifare il congresso che avevamo già fatto; quindi richiedere di nuovo ai militanti se volevano la svolta oppure non volevano la svolta, svolta che era già stata completamente decisa, infatti il compito non era decidere se si voleva o no la svolta, ma decidere quale tipo di partito nuovo, con quali programmi. Tant’è che io ho messo giù la Dichiarazione di intenti che si muoveva sulla linea delle idee più moderne del socialismo europeo e non furono quasi discusse perché tutto fu di nuovo riportato alla tragedia del nome, alla scelta tra il si e il no. Ma accanto alle posizioni del NO, insieme a loro, li aiutarono quelli che noi svoltisti più convinti chiamammo i “malpancisti”, cioè coloro che avevano accettato il SI’ con il mal di pancia, cioè l’avevano accettato in considerazione del momento, in cui per mezza Europa sfilavano le bandiere bucate del comunismo messo sotto-scopa. Avevano accettato il cambiamento del nome, ma non accettavano le posizioni veramente innovatrici che non consistevano solo nel cambiamento del nome: cioè non accettavano una visione maggioritaria del sistema politico, il limite della politica, il limite del partito – cioè di non concepire più il partito come punto centrale di tutta la vita pubblica e la vita politica- e soprattutto non accettavano il fatto che si mettesse in campo una vera e propria Costituente della sinistra. Quanto durerà, anche successivamente, questo diniego verso l’esigenza di dar vita per davvero ad una nuova formazione politica! E direi che l’insieme dei NO e dei malpancisti facevano maggioranza e quindi io dovevo tenere conto che c’era questa massa critica che rallentava il processo di rinnovamento – e lo ha rallentato, purtroppo, in modo molto grave. Read the rest of this entry »

Written by Achille Occhetto

marzo 20th, 2012 at 9:49 am

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..il pesce puzza dalla testa

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“Questione morale nel Pd? Non neghiamo l’evidenza e il pesce puzza dalla testa”

L’amarezza dell’ultimo segretario Pci per le inchieste sulle giunte rosse. Dove si va a finire quando il sogno più grande è avere una banca
Quando sente che sta per dire le cose più dure, cerca parole morbide: e se deve definire il suo stato d’animo di fronte alla pioggia di inchieste che colpisce il partito di Veltroni sospira: «Sono davvero amareggiato».
È sincero, non c’è dubbio. Ma, poi emerge anche l’uomo dall’ironia affilata, il dirigente che rivendica con orgoglio di aver lasciato il partito che ha fondato «pur di restare a sinistra». E mentre sulle persone Occhetto a volte sorvola, sulla sostanza politica è granitico: «Non capisco, anzi non sono d’accordo con chi, per rispondere a Berlusconi, dice che a sinistra la questione morale non esiste. Non solo mi pare innegabile. Mi sembra autolesionista negarlo!». Nel merito delle ultime inchieste non entra: «Il problema è politico ed è il punto di approdo di un processo di generazione più che decennale».

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dicembre 8th, 2008 at 6:44 pm

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La sinistra e il Partito democratico

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L’Unità – giovedì 08 maggio 2008

di Achille Occhetto

C’è qualcosa di inquietante nel panorama politico che è apparso ai nostri occhi dopo che i fumi dei fuochi d’artificio della campagna elettorale si sono depositati sul terreno. Lo spettacolo a sinistra è desolante. La duplice sconfitta della cosiddetta “area radicale” e del progetto riformista moderato del Pd, ci consegna una lacerante divaricazione tra una sinistra che perde se stessa lungo la strada del moderatismo e una che si abbarbica alle antiche radici intese non già come linfa vitale di una rigenerazione ma come feticcio o, ancor peggio, come mera difesa di piccole rendite di posizione.

Tra questi due poli divaricanti dovrebbe collocarsi una nuova sinistra. Ma chiediamoci: esiste lo spazio politico ideale per questa nuova sinistra? Una cosa è certa: la sinistra arcobaleno non è riuscita a rappresentare tale esigenza. In verità, non ci ha nemmeno provato. Sono venuti meno alcuni presupposti – una cultura di governo e l’accettazione dell’orizzonte ideale del socialismo europeo – che potevano rendere credibile quel tentativo.L’anelito verso la ricerca di una nuova frontiera, che ha contraddistinto l’impegno di Sinistra democratica e di un parte di Rifondazione, è stato contraddetto dai ritardi e dalle resistenze che di fatto hanno ridotto l’insieme dell’iniziativa a un mero cartello elettorale.Lo stesso vagheggiamento dell’opposizione per l’opposizione ha favorito la macchina micidiale del “voto utile” che ha spinto gran parte degli stessi elettori di Rifondazione comunista a votare per il partito democratico.In questa commedia degli equivoci è rimasto sconfitto tutto il centrosinistra, vittima delle reiterate azioni autolesioniste con le quali i vecchi gruppi dirigenti partitici hanno, in vari momenti e in vari modi, affossato il “Grande Ulivo”.

Ora, cosa possiamo fare? Per debellare il male oscuro che ha paralizzato le diverse coalizioni di centrosinistra occorrerebbe superare alla radice l’idea nefasta delle due sinistre, una di governo e l’altra di opposizione. I due capisaldi – cultura di governo e identità socialista – chiamano in causa una sinistra che sappia superare la divisione tra riformisti e sinistra radicale, che sia ferma nei principi, ma di governo.Una simile sinistra non sta al governo ad ogni costo, ma non sta nemmeno ad ogni costo all’opposizione. Svolge il proprio ruolo – quello che le è stato affidato dai cittadini – con la medesima cultura di governo.Tuttavia qualcuno potrebbe ancora obbiettare: al di là delle ragioni della politica, quali sono le ansie, i problemi, le rivendicazioni che potrebbero definire, sia pure a grandi linee, lo spazio di una nuova formazione politica? Credo che per rispondere in modo compiuto – e non solo politicistico – a questi interrogativi, occorrerebbe ridefinire il terreno sociale ed economico sul quale si manifestano le contraddizioni del nuovo millennio. Ciò richiederebbe, come ciascuno può ben comprendere, una ricerca di ampio respiro. Tuttavia non intendo esimermi dal sottolineare alcuni temi di scottante attualità che contraddicono la cultura dominante neoliberista. Quella cultura che è la matrice di tutte le teorie tendenti a dichiarare morto e sepolto il mondo del lavoro salariato, inesistenti le contraddizioni – vecchie e nuove – interne al modello di sviluppo capitalistico, assurdamente palingenetiche le richieste di un rinnovamento radicale delle società attuali, al punto tale da rendere obsoleta, se non risibile, l’esistenza stessa di una sinistra alternativa.In realtà tutto ci dice che siamo di fronte a una nuova fase critica del capitalismo su scala mondiale. Mutano i soggetti e la forma delle contraddizioni, ma rimane la sostanza della critica.

Prima considerazione. Il mondo del lavoro.I dati parlano chiaro e in modo agghiacciante. Quando Marx era celebrato, copiato, vezzeggiato e usato da quasi tutta la cultura mondiale, i lavoratori salariati erano solo cento milioni. Adesso che l’intellettualità, cosiddetta moderna, si fa beffe dell’idea stessa dell’estensione del lavoro salariato, i lavoratori salariati sono passati da cento milioni a due miliardi.

Seconda considerazione. Di questi due miliardi una parte rilevante è costituita da un miliardo e mezzo di nuovi lavoratori globali aventi diritti e salari minimi e mezzo miliardo di lavoratori dei paesi sviluppati aventi diritti e salarielevati.

Terza considerazione. Si ripropone in una forma nuova la tesi di Marx sulla funzione dell’ “esercito industriale di riserva” (i disoccupati) nel determinare contraddizioni interne al mondo del lavoro e indebolire l’azione degli occupati per più alti salari e per la difesa dei diritti sindacali.In tale contesto, la stessa flessibilità, oltre a trasformare la precarietà nel lavoro in precarietà di vita, contribuisce alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative.

Questa immane lotta tra i poveri su scala planetaria reca con sé nuovi conflitti sociali all’interno del popolo, determina una concorrenza cieca e senza esclusione di colpi di cui si alimentano tutte le nuove contraddizioni: da quelle legate agli attuali biblici movimenti migratori, ai temi stessi della sicurezza, su cui si fonda la scissione, anche nel voto, dello stesso operaio, tra la sua figura di produttore (che risponde ai sindacati) e quella di cittadino (che sente il richiamo della destra sui temi dell’immigrazione e della sicurezza). Un altro terreno su cui mutano i soggetti e la forma delle contraddizioni, ma non la sostanza della critica all’attuale stato di cose, è quello ecologico.Anche questo è un tema che è diventato banale, fino a sfumare in un conformismo riformistico che si infrange impotente contro le alte scogliere delle cittadelle fortificate dell’attuale modello di sviluppo. Ciò avviene perché non si è ancora compreso che occorre ripensare la nozione stessa di progresso, dal momento che viviamo le laceranti contraddizioni tra la necessità di uno sviluppo allargato all’intera umanità e l’esigenza della difesa della natura e dell’equilibrio ecologico del pianeta; tra tecnologia e occupazione; tra internazionalizzazione dei processi produttivi e accentramento delle sedi di decisione e di controllo; tra sovranazionalità e particolarismi e conflittualità etniche e religiose.

E che dire del tema capitale su cui è nata la sinistra mondiale, quello della giustizia? Ormai tutti possono vedere che la più grande ingiustizia che sconvolge la comunità umana è il divario pauroso tra la ricchezza di pochi e l’abissale povertà della maggioranza degli uomini.Come non cogliere che tutto ciò non lo si risolve con la carità redistribuiva – che pure è insufficiente – ma chiama in causa l’organizzazione economica e sociale, i modelli produttivi, di vita e di consumo, dei paesi più ricchi? Chi rappresenta tutto questo? Chi darà voce al mondo dei salariati, dei precari, ai nuovi soggetti figli dei drammi del nostro tempo? Ho visto che alla notizia della scomparsa della sinistra “radicale” dal Parlamento, alcuni commentatori si sono chiesti attoniti: ma ora chi rappresenterà le tensioni sociali? Correremo il rischio di manifestazioni violente? Il problema è ben più ampio. C’è da rappresentare un universo in movimento. Questo universo plurale e articolato non può essere compiutamente espresso né dalla sinistra radicale né da un riformismo pallido e appannato. Ci vuole una forza animata da una effettiva cultura di governo. Ma che abbia nello stesso tempo il senso e la dignità di un progetto autonomo.Ho più volte affermato di non avere alcuna nostalgia conservatrice per la vecchia sinistra e di non avere nemmeno alcuna prevenzione verso la formazione di un nuovo partito democratico, che si inscrivesse nell’area della sinistra, capace di fondere, attraverso una effettiva contaminazione ideale e politica i diversi riformismi della tradizione politica italiana.Ma a mio avviso si è scelta una scorciatoia sbagliata.Sarebbe stato meglio meno ma meglio. Quella ipotesi infatti, a mio parere, doveva essere favorita dal formarsi di una grande coalizione – soggetto politico – nella quale ogni componente, pur mantenendo, almeno all’inizio, la propria identità di partenza, fosse tuttavia ispirata dalla medesima tensione ideale e morale verso una politica profondamente rinnovata.Eral’idea della Carovana. Il “Grande Ulivo” incominciò a incarnare quella idea.In quella occasione uomini e donne che il muro ideologico della guerra fredda aveva divisi si ritrovarono dalla stessa parte, dando vita ad una effettiva esperienza unitaria di base.La rottura di quella esperienza perpetrata nel nome del primato dei vecchi partiti è stata un vero e proprio delitto politico.

La formazione di un partito democratico che è rimasto isolato nel campo, ormai deserto, del vecchio centrosinistra ha fatto il resto.Rimane tutto intero il problema della rappresentanza politica di grandissima parte delle tensioni e delle aspirazioni che attraversano la nostra società.In questa situazione abbiamo davanti a noi due strade da percorrere. La prima è quella di dar vita, tra il Pd e le componenti residuali di una vecchia sinistra radicale, ad una nuova formazione politica che, muovendosi all’interno dell’orizzonte ideale del socialismo europeo, vada oltre le antiche appartenenze. Si tratterebbe di un’opera immane, che oltretutto sarebbe costretta a muoversi contro il senso comune semplificatorio che sta infuriando alla cieca sul sistema politico italiano.La semplificazione – da me più volte invocata – rispetto al proliferare di partitini che non hanno alcuna ragione storica al di fuori dell’autovalorizzazione dei loro apparati, è un conto; altro conto è l’autentica rappresentanza di un imperativo di riscatto morale e ideale che sale da una parte rilevante delle moderne società sviluppate.Se non ci poniamo il problema di questa ineludibile “rappresentanza”, tutto il sistema politico italiano rischia di precipitare in una crisi irreversibile e la stessa gigantesca opera compiuta dopo la Liberazione da Togliatti e da De Gasperi per far uscire le masse popolari italiane dal sovversivismo endemico di cui erano ancora prigioniere, verrebbe vanificata.Queste osservazioni mi suggeriscono l’ipotesi di un modello flessibile, insieme unitario e articolato.

Un modello che si proponga l’obiettivo di costruire un nuovo centrosinistra.Qualcuno ha anche suggerito di riorganizzare la sinistra di cui sto parlando all’interno del Pd.Non mi faccio il segno della croce: anche questa seconda ipotesi potrebbe essere presa in considerazione.Tuttavia è da escludere un innesto di sinistra all’interno dell’attuale impostazione organizzativa, oltre che ideale e politica, del Pd.Anchein questo caso occorrerebbe un modello flessibile, insieme unitario e articolato. Qualcosa che sia una sintesi più alta tra l’attuale Partito democratico e l’esperienza del “Grande Ulivo”.Ma anche tale ipotesi richiederebbe un ripensamento collettivo delle prospettive strategiche dell’insieme dell’area di centrosinistra.Lo stesso Pd, o ha un’ipotesi che riguarda l’insieme delle forze di centrosinistra, oppure da solo, come si è visto, non va da alcuna parte.Il gruppo dirigente del Pd, invece di pensare di reclutare, dopo la comune sconfitta di tutto il centrosinistra, piccole pattuglie di sbandati, dovrebbe avere la forza politica e morale dei momenti storici cruciali.Una forza che non si affida alle rese dei conti dentro la nomenclatura, che lasciano il tempo che trovano, ma che si pone il problema effettivo di un ripensamento generale.Ciò comporterebbe la decisione di dar vita a una seconda costituente del Partito democratico e del nuovo centrosinistra.Tuttavia in entrambi i casi, sia in quello dell’immediata formazione di un nuovo partito di sinistra, sia in quello di una flessibile e articolata ricostruzione del “Grande Ulivo”, non si potrà prescindere dalla presenza di una grande sinistra democratica e popolare.

Achille Occhetto

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maggio 8th, 2008 at 6:21 pm

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Occhetto e le Elezioni Politiche 2008

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13/02/2008 – 19:01

(ANSA) – ROMA, 13 FEB – ‘La verita’ e’ che non si e’ venuti incontro alle grandi aspettative del Paese: i precari, l’aumento dei salari, le questioni etiche. E adesso si vuole fare dimenticare tutto questo con l’argomento vanaglorioso, presentato come una prova di coraggio inusitata, di un Veltroni che corre da solo. La vera questione non e’ andare o non andare da soli, ma dove andare’. Lo afferma Achille Occhetto (sd), nel corso di un’intervista a Rosso di Sera ‘Ora – prosegue – per impedire quest’inganno dobbiamo mettere in campo la vera novita’ di queste elezioni: la riunificazione delle forze della sinistra, attraverso un nuovo soggetto che vada oltre le antiche appartenenze. Ma per essere credibili, occorre correggere il percorso verticistico dell’ultimo mese. Non abbiamo bisogno dell’unita’ di apparati ma dell’unita’ di valori, di una costituente delle idee, non di un solo leader ma di una squadra, non di un cartello elettorale ma del nucleo forte di una nuova sinistra’. ‘Accanto ai quattro partiti – aggiunge ancora – devono entrare in campo le associazioni, la societa’ civile, le personalita’ politiche e culturali della sinistra italiana. Con questo spirito noi dovremo batterci contro la destra,attraverso una chiara competizione con il Partito democratico. Dalle rovine del vecchio centrosinistra non sorgono infatti due sinistre, ma una formazione di sinistra e un partito di centro’.’Dobbiamo chiarire – conclude Occhetto – che non e’ Veltroni a non voler stare con noi. Siamo noi a non volere stare con la politica dei rifiuti, con la corruzione in Calabria e in Campania, con le politiche riarmiste’. (ANSA).

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febbraio 13th, 2008 at 6:19 pm

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